Senigallia, 3 Maggio 2014: Cronaca interiore di un sabato qualunque


maltempo-marche-1-300x225
Senigallia, 3 Maggio 2014: Cronaca interiore di un sabato qualunque

Scrivo questa memoria interiore il giorno 6 maggio, in occasione del lutto cittadino. Lutto per la morte non solo di persone, ma anche di oggetti, sogni, speranze, aspirazioni, promesse, impegni e tutto ciò su cui ciascuno di noi ha fondato la sua esistenza fino a quel sabato pomeriggio, uno come tanti.
Un pomeriggio piovoso, in fondo, non più di tanti altri.
Un pomeriggio per le attività di famiglia o di lavoro, come attiene di consueto a ciascuno di noi.

C’è micio Ettore da me, che ospito da una settimana, in attesa del ritorno dei miei genitori.
E’ stato sereno e in buona salute per giorni, ma quel sabato mattina, nonostante la pioggia che di solito lo rende letargico, è irrequieto, ma soprattutto sta male fisicamente. Di nuovo. Strano, penso.

Lavoro fin dalla buon’ora, come di consueto.
Strano clima respiro su FaceBook: allerta per il fiume cittadino, il Misa. Non è una novità, speriamo sia un falso allarme precauzionale, come accaduto tante volte.
Eppure percepisco una sensazione tetra, angusta, difficilmente spiegabile Leggo le parole del Sindaco, mi appaiono insolitamente serie e lugubri.

Pazienza, torno al mio lavoro. Starò lontana dal fiume, penso.

Piove, a più riprese, ma niente di che, in fondo, ho visto di peggio.
Dopo pranzo ascolto tre tg regionali, in uno si invita caldamente a rispettare l’allerta meteo e a non uscire di casa. Anche questo non mi appare nuovo. Mi impressiono un po’, però. Avverto qualcosa di diverso dal solito. Decido di vincere la pigrizia, come di consueto, e di affacciarmi fuori, in fondo, che sarà mai un po’ di pioggia.

C’è molta folla per strada, delle auto con dei lampeggianti in strada. Penso sarà stato un incidente. Declino verso il lungomare, direzione nord. Non piove molto. Eppure, c’è fermento, anche lì. Vedo dei sottopassi colmi di acqua. Sono sempre più confusa. Non capisco cosa stia accadendo. Mi sento sempre più perplessa.
Decido che forse è meglio tornare indietro, anche perché vedo quel fiume di acqua sporca crescere a vista d’occhio. Cammino sempre più veloce. Riprendo il passaggio pedonale da cui ero venuta, e lo vedo inondarsi di melma. Corro, sono sempre più in ansia.

Sulla strada statale il posto di blocco si è avvicinato, ormai è quasi di fronte casa. Comincio a capire, mi precipito a prendere l’auto dal garage, nella foga getto alla rinfusa nel baule due giacconi appena ritirati dalla lavanderia, le medicine che mi sarebbero servite per un intero mese, quattro risme di carta. Null’altro, non c’è tempo.

Salgo la rampa del box e la trovo sbarrata dai vigili del fuoco che si spostano prontamente per fami passare.
Mi dirigo verso sud, mi fermo a pochi metri.
Il gatto! Devo salire a prenderlo. Ma come faccio? Ci vorrà del tempo per farlo entrare nel trasportino, non si fa convincere facilmente… titubo qualche istante. Il fango avanza rapidissimo, mi accorgo che rischio di restare incastrata in casa, e con l’auto in mezzo alla strada. Ancora le comunicazioni funzionano, mando e ricevo veloce risposta da un paio di amici: lascia stare il gatto, lui sta bene in casa, anche fino al mattino dopo, tu spostati lontano, verso la collina.

Fatico ad abbandonare il posto, avanzo pochi metri per volta, sto per quasi un’ora ad aspettare, nella speranza di poter tornare a breve … poi mi rassegno, un’amica mi invita a passare da lei la notte: decido di rilassarmi un po’ in un ipermercato a in comune limitrofo, per poi tornare a vedere la situazione a casa e nel caso accettare l’invito.

Quel che vediamo dipende da noi, dalla nostra interpretazione, dal senso che attribuiamo, dalla nostra dimensione interiore.
Non sono un’amante dei luoghi affollati, ma quel sabato pomeriggio di spese frenetiche dei clienti presenti mi dava calore: osservavo le persone, i gesti, i volti, gli sguardi, i gesti, ancor più e ancor prima che i prodotti. Avvertivo una immensa vicinanza e calore per dei perfetti estranei che in tempi ordinari avrei preferito evitare. Invece no, mi aggiravo tra le corsie, solo per osservare, essere, esserci.

Poi, anche nei momenti più perigliosi si possono cogliere tanti dettagli piacevoli, che scaldano il cuore, che danno la sensazione che non tutto è perduto e che c’è sempre Qualcosa o Qualcuno che ci giuda e ci accompagna.
E allora ogni gesto, ogni tempistica, ogni pensiero, ogni scelta sembra che sia stato fatto apposta per condurci in una certa direzione: sta a noi comprendere perché, quale è la lezione da apprendere.

Quella sera mi sono gustata un pic nic in auto, mai come in quel frangente mi sono sembrati deliziosi dei semplici spinaci al vapore, patate al forno, piselli in padella, farfalle al salmone.
Quanta meraviglia e maestosità si può celare nella semplicità.
Quanto piacere per la routine, per le piccole cose, per la quotidianità.
E quanta gioia ogni tanto nel deviare dalla strada quotidiana.

Più e più volte cerco di riavvicinarmi verso casa, con la speranza che qualcosa fosse cambiato, che magari non fosse successo nulla, che fosse stato solo uno strano sogno, che non vi fosse traccia dell’accaduto.
Ma segni tangibili ovunque mi ricordavano che tutto quel che avevo lasciato e da cui ero fuggita era qualcosa con cui dover fare i conti: i posti di blocco, il fango, il rumore degli elicotteri, i lampeggianti, l’ansia, la tensione, gli sguardi smarriti delle persone, le parole, le ipotesi, le notizie discordanti.

“Hanno rotto un argine del Misa per risparmiare il centro storico, ma hanno sacrificato la zona sud”, mi racconta un poliziotto in pensione. “Non è il Misa, è un canale che si è allagato a causa dei lavori di ampliamento dell’autostrada”, rettifica un’addetta della Protezione civile. Ma c’è fango, tanto fango, questo è un dato di fatto che resta.

Solo intorno alle 21, dopo aver parcheggiato a grande distanza l’auto, decido di arrischiarmi ad incedere a piedi verso casa. L’ondata si sta ritirando. Chiedo a più Forze dell’ordine se è sicuro lasciare l’auto dove l’avevo parcheggiata, e se loro avrebbero dormito nello stabile che indico flebilmente con un gesto. Nessuno garantisce nulla, per ambo le domande.

Come sarà casa? Ci saranno le utenze attive? E il gatto, come starà?

La curiosità, ansia, la foga di sapere, vedere, sentire.
Lo stabile è spettrale: di una cinquantina di famiglia, ci sono sì e no due, tre luci accese. La luce c’è, quindi.
Vedo una ragazza che prende un borsone e abbandona casa per la notte.
Forse dovrei andarmene anch’io, intanto che sono in tempo.
In fondo, una persona delle Forze dell’ordine mi ha detto di verificare di tanto in tanto le condizioni del meteo, soprattutto se aumenta l’intensità della pioggia.
Finirà che passerò buona parte della notte in bianco, vestita, pronta ad andarmene, con l’orecchio testo al frastuono dell’acqua. Così è stato.

Il gatto è vivo, allegro, ma è stato di nuovo male.
Ora comprendo: lui sapeva, fin da stamane, quanto sarebbe successo.
Peccato che non abbia la parola.
O forse è un bene, chissà.

Il resto è storia presente, per me, per tutti noi.
Ripulire.
Gettare oggetti ormai irriconoscibili, madidi di terra e di acqua.
Appesantiti.
Intrisi.
Corrosi.
Come le nostre anime e i nostri corpi, stanchi da tanta fatica.
E ancora: tagliare i ponti col passato, lasciarlo andare.
Elaborare il lutto.
E ricostruire.
Ma ricostruirci dentro, prima di tutto.

Prendere atto dell’accaduto.
Comprendere.
Accettare.
Abbandonare la rabbia, il dolore, lo scoramento, la tristezza, e tutto quanto alberga in noi.
Lavarlo via, come stiamo facendo con l’acqua, in abbondanza profusa in questi giorni.

Vedere il buono che c’è dentro e attorno a noi, nonostante tutto e sopra tutto.
I volontari, perfetti estranei che ci aiutano.
Le piccole gioie, il raggio di sole che ci asciuga il bucato, il cibo caldo di ogni giorno, le telefonate e la vicinanza dei nostri cari, e a ciascuno il suo, e ancora di più.

Allora andiamo avanti, con forza, con coraggio, con fiducia,
nell’intima convinzione che non siamo soli,
non siamo abbandonati a noi stessi,
ma che nel momento del bisogno una volta prendiamo, una volta diamo.

Dal canto mio, un GRAZIE di cuore a tutti i miei cari amici, parenti, conoscenti, Forze dell’ordine e perfetti estrani. Che Dio vi benedica.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...