Psicologo: Quando professione fa’ rima con missione


Psicologo: Quando professione fa’ rima con missione

C’è chi, fin da bimbo, ha molto ben chiaro quale sarà il suo futuro professionale, chi lo decide, forse più per costrizione, che non per reale convinzione, intorno alla maggiore età e chi, anche in età avanzata, nutre ancora dubbi circa la reale correttezza della scelta compiuta.

Difficile sapere prima dei vent’anni, salvo rare eccezioni, e/o un profondo interrogarsi circa i propri desideri, potenzialità, risorse, che cosa si vuole, e ciò che si è inclini e disposti a svolgere professionalmente.

La conoscenza di sé spesso è ancora embrionale, superficiale, in molti casi ancora impregnata di immagini ideale, al pari del lavoro che si vorrebbe svolgere e, prima ancora, del percorso di studi da intraprendere.

Ricordo una delle primissime lezioni all’università, da parte del compianto professore di psicologia dinamica (allora Silvio Stella, ordinario alla Cattolica di Milano), in cui citò dei dati per me allora agghiaccianti. Oltre il 70% degli studenti di psicologia è motivata, in primis, alla risoluzione dei problemi personali. Come se il semplice studio di libri potesse aiutare a individuare le cause e risolvere disagi di cui, più o meno tutti siamo portatori.

La vera doccia fredda arrivò quando lui aggiunse che non solo occuparsi degl’altri per queste persone, nella loro fantasia, rappresentava un modo all’apparenza sicuro e indolore, per non fare i conti con se stessi, ma che un’altrettanto ampia percentuale di tali individui abbandonava, nella migliore delle ipotesi, tale iter formativo entro il primo anno, non appena si trovava al cospetto della realtà, con la concomitante inevitabile caduta delle illusioni, o, peggio, alle soglie della laurea o del conseguimento della specializzazione, quando, evidentemente, a quel punto, si trovavano con le spalle al muro, presi dalla necessità di affrontare ciò che per anni avevano rifuggito: se stessi.

Mai come nella professione di psicologo ci si trova costantemente di fronte a se stessi. Anche e soprattutto quando si crede di avere a che fare ‘solo’ con l’altro.

E anche se il percorso formativo dello psicologo, diversamente da quello di psicoterapeuta e psicoanalista, non impone un obbligo di analisi personale, le sofferenze e i rischi a cui si può andare incontro senza tale lavorio interiore possono essere notevoli, per chi lavora, per il servizio fornito, e per colui a cui si rivolge.

L’aspetto umano è imprescindibile.

E’ il nostro strumento primario di lavoro. Tutto il resto, teorie, tecniche, sono corollari, rispetto alla centralità del fattore umano.

Se è vero che per molti di noi la motivazione auto conoscitiva e/o risolutiva di disagi e nodi personali è stata la molla primaria dell’intraprendere tale percorso formativo e professionale, è altrettanto vero che deve per forza di cose arrivare un giorno in cui si è disposti a spostare il focus dell’attenzione da sé all’altro. Pur con la costante osservazione, considerazione e rispetto dei limiti e potenzialità che caratterizza ciascuno di noi.

Questo passaggio, però, non può essere effettuato a priori.

Non c’è l’altro, se prima non c’è un io.

Che non vuol dire avere già visto, sentito, compreso tutto, al contrario rappresenta un moto d’apertura al vivere ricco di accettazione, benevolenza, tenerezza, che nasce da una pace interiore, basata sull’accoglienza di sé, con i propri limiti e risorse, le proprie ignoranze e incapacità, che sempre ci sono e ci saranno.

In tal senso, il lavoro su se stessi non è mai concluso, né mai si può terminare, ancor più nella professione di psicologo.

Non c’è ECM che tenga se non viene accompagnato e sostenuto parimenti da una costante rimessa in discussione di sé, da un ascolto del proprio sentire e intuire.

Ed è proprio questa apertura e disponibilità che può consentire un passaggio successivo.

Se, intorno ai vent’anni, le proprie scelte sono ancora prevalentemente guidate dal “cosa voglio io?”, dopo i trenta, e sempre più con lo scorrere degli ‘anta’, la precedente domanda lascia il posto al “cosa vuole la Vita da me?”.

Ed ecco anche il senso di molte crisi personal-professionali di mezza età. Ci si trova d’improvviso con una vita e un lavoro non più in grado di rispondere ad un’istanza che sorge dal profondo, che si fa’ sempre più urgente, pressante, anche in relazione al tempo che scorre.

E nel lavoro di psicologo questo interrogativo, se non adeguatamente risposto, può dare adito ad una lacerazione interiore dolorosissima. Non si può fingere a lungo di vedere, sentire.

Ecco che l’incontro col trascendente si fa’ materia, si cala nel quotidiano, ci spinge nuovamente a negoziare tutto, a meno che non lo si abbia fatto prima.

Montagne di letteratura psicologica cercano di spiegare le resistenze dei pazienti alla guarigione, le soluzioni ‘di comodo’, nonostante il dolore, gli auto sabotaggi e quant’altro ostacoli l’acquisizione di autonomia e responsabilità.

Più di rado si sono indagate le dinamiche spirituali (da non confondersi con quelle religiose, a cui non sempre né necessariamente si sovrappongono), quali cause di dolori fisici e/o sofferenze mentali ed emotive.

Credo che il lavoro di psicologo non possa prescindere, oggi più che mai, da una sana e profonda riflessione in tal senso. I conti con se stessi, e ancor più con la Vita (che si chiami pure come meglio si ritiene opportuno, Dio, Buddha, Universo, Maometto, Spirito, ecc.).

Una lacerazione interiore, uno iato tra i nostri desideri, aspettative, progetti, e quelli che la Vita ha predisposto per ciascuno di noi possono dare adito a sofferenze indescrivibili.

Questo fino al giorno in cui si decide di piegarsi, che lungi dall’essere rassegnazione, rappresenta una resa alla Vita, un atto profondo di apertura, accettazione, disponibilità, inchino, a ciò che essa chiede, a ciascuno di noi.

Può essere sconcertante rendersi conto di aver camminato lungo una strada che non era la nostra per anni, frutto più delle nostre credenze mentali, delle consuetudini geografiche, sociali, culturali, familiari, che non del nostro reale, profondo, autentico sentire.

Solo la conoscenza, la connessione, la comprensione di noi, del nostro intimo, che, verosimilmente dovrebbe essere avvenuta nelle prime due, tre decadi di vita, ci consente di abdicare al nostro piccolo, ipertrofico ego, e di metterci a disposizione di qualcosa che ci trascende.

Nel momento stesso in cui la nostra volontà aderisce e si assomma a quella divina, si entra in un fluire eistenziale e professionale mai sperimentato prima, capace, in molti casi, di superare anche i limiti intrinseci che ciascuna teoria e tecnica, inevitabilmente, comporta.

Ritengo che anche per uno psicologo che senta di essere chiamato a questa professione, come vera e propria missione – intesa come chiamata, come mettersi nelle mani di, affidarsi a Qualcosa di più grande e sconfinato – importante e insignificante al tempo stesso, specie in questo delicato momento storico, economico e culturale, non sia oltremodo rimandabile tale passaggio interiore.

Anna Fata
Psicologa olistica
http://www.armoniabenessere.it

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